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Fin dai suoi esordi nel panorama politico nazionale, con la denominazione di Lega Lombarda, la Lega Nord si è candidata a occupare il terreno che i partiti tradizionali hanno cominciato a perdere nello spazio politico a partire dalla fine degli anni Settanta, inserendosi perfettamente in un processo storico di lungo corso. Oggi, 23 anni dopo l’elezione dei primi due parlamentari lumbàrd alla Camera e al Senato della Repubblica, la Lega Nord è una formazione politica fortemente istituzionalizzata: quella presente da più tempo nel Parlamento italiano con la stessa denominazione. Tutte le altre hanno infatti una genesi molto più recente: il Popolo della Libertà e il Partito Democratico sono nati in occasione delle elezioni politiche del 2008, l’UDC e l’Italia dei Valori pochi anni prima, l’Api di Rutelli nel corso della corrente legislatura. Non solo: è anche il partito che può vantare il periodo più lungo trascorso al governo del Paese da tangentopoli in avanti. Alleati del primo governo Berlusconi, i leghisti hanno contribuito a fare cadere quel gabinetto, durato soltanto 8 mesi. Rappacificatisi con il Cavaliere, sono stati leali alleati di Forza Italia e del suo leader per l’intera XIV legislatura sostenendo i governi Berlusconi II e III dal 2001 al 2006. Nel 2008 sono tornati al governo nell’alleanza di centrodestra con il PDL. La Lega Nord ha quindi cumulato quasi 8 anni a presidio del governo centrale: più di qualsiasi altro partito, appunto.
«Lega poltrona»
«Roma ladrona, la Lega non perdona»: lo slogan, urlato più volte ai tempi di Pontida, è rimasto lo stesso fino alle ultime elezioni regionali. E - nonostante fosse figlio di una semplificazione inaccettabile - per certi versi rispecchia la realtà del Paese. Soprattutto per un verso, e cioè quando le stesse facce che si battono contro gli sprechi, contro il nepotismo, contro la “cattiva” politica, quella delle poltrone, si ritrovano ad avere due o più uffici, spesso difficilmente conciliabili, a Roma e al Nord.
Troviamo così la difesa a oltranza del Nord, il vero e proprio sindacato del Nord, per raggranellare voti e costruire il consenso, al costo di causare possibili sprechi e inefficienze nell'intero sistema - con i soldi dei cittadini del Nord, si intende -, e troviamo il nepotismo, strictissimo sensu, che non premia il merito ma la consanguineità, che non guarda agli interessi del Nord, ma agli interessi della casta verde. Troviamo, infine, i fallimenti politici. Le cose non fatte e gli slogan mai realizzati. La realizzazione, insomma, di un quotidiano tradimento del Nord. Esistono veri e propri recordman, perché non è facile saper fare contemporaneamente «il deputato, il presidente della provincia e il sottosegretario all'Economia, con delega al bollente dossier sul federalismo fiscale» (Affaritaliani.it, 31 maggio 2010), a meno che non si possieda il dono dell'ubiquità. Daniele Molgora eppure ha rivestito tutti questi incarichi contemporaneamente, rinunciando, in questo periodo, allo stipendio da Presidente della Provincia, ma non a quello da sottosegretario e parlamentare. Commentando la rinuncia ha sostenuto: «Ecco quindi un ottimo esempio di risparmio virtuoso; a volte gli incarichi multipli permettono delle sensibili economie nell'interesse pubblico» (Il Messaggero, 20 maggio 2010). A fine maggio del 2010 ha deciso di lasciare il posto di sottosegretario: niente più economie per il Paese, anche se alla poltrona di Montecitorio non intende rinunciare. Per la cronaca Molgora è stato presente alle votazioni nel 24,28% dei casi, mentre nel 66,04% risulta essere «in missione», probabilmente nella lontana Brescia.
Dati alla mano si sfata un luogo comune del centrodestra: non è affatto vero che i governo del Cavaliere hanno ridotto la pressione fiscale: in nove anni le entrate sono cresciute del 33%. Certo, la crisi economica dà il proprio contributo (con una sensibile riduzione del Pil che naturalmente comporta un aumento della pressione fiscale), ma qualche parola in più va spesa.
L'incremento delle entrate dello Stato non è stato causato da un incremento omogeneo delle principali fonti di gettito, ossia imposte dirette (quelle sul reddito), imposte indirette (Iva e accise) e contributi previdenziali (essenzialmente Inps e Inpdap). […] Le imposte dirette non sono aumentate, ma neppure diminuite, ed in ogni caso non vi sono state "meno tasse per tutti". È invece leggermente diminuito il gettito delle imposte indirette, ossia Iva e accise, se lo si rapporta all'andamento dell'inflazione (meno 2,3 per cento nel periodo considerato), ed in particolare, se lo si confronta con il Pil: da un 14,7 per cento del 2000 si è scesi ad un 13,6 del 2009. In particolare, c'è da notare che la riduzione più accentuata è avvenuta negli ultimi due anni, e cioè nel 2008 e nel 2009 (nel 2007 era ancora uguale a quella del 2000). Questo spostamento dal prelievo indiretto a quello diretto viene in genere considerato nei testi di Scienza delle Finanze come un fatto equitativo: infatti con le imposte dirette si paga in maniera progressiva a seconda del reddito (più è alto più si versa al fisco). In altre parole, i più "poveri" pagano meno tasse in proporzione al proprio reddito. Al contrario, sempre nella dottrina classica, il minore peso delle imposte indirette può essere considerato un fatto positivo dal punto di vista sociale, in quanto le imposte indirette non hanno natura progressiva, e quindi rappresentano un fardello evidentemente più pesante per i percettori di redditi più bassi. Calando questi argomenti nella situazione italiana, caratterizzata da un'evasione fiscale impressionante (si stimano ormai 120 miliardi di euro di imposte non pagate), la riduzione del gettito delle imposte indirette che si è verificato, ad aliquote Iva e importi delle accise invariati, potrebbe segnalare una maggiore evasione, che si realizza essenzialmente con le attività in nero e con il meccanismo delle cartiere, ossia delle società create per emettere fatture false. […] Sono cresciute le imposte dirette - che colpiscono particolarmente coloro che, come i dipendenti (ma anche molti autonomi) non possono evadere - e questo non è in Italia e nelle attuali circostanze un fatto positivo: dice soltanto che si è accresciuto l'obolo che lo Stato pretende sui redditi effettivamente dichiarati. Ovvero, come ha detto di recente il Governatore della Banca d'Italia, sostanzialmente sulle stesse persone. Mentre non ci sono stati nel decennio berlusconiano segnali di un recupero dell'evasione, altrimenti si sarebbe visto anche un aumento delle imposte indirette. Va comunque detto che il calo delle imposte indirette negli ultimi due anni è certamente da mettere in relazione anche con la crisi economica. Da notare, tuttavia, che nel decennio considerato l'anno in cui il gettito delle imposte indirette è stato più alto in assoluto è il 2007, al tempo del secondo governo Prodi: 227 miliardi, poi scesi 216 nel 2008 e a 207 nel 2009. Insomma, comunque la si voglia vedere, di certo i governi di Berlusconi non si sono caratterizzati per una lotta all'ultimo sangue contro l'evasione e l'elusione. Anzi.
Ecco il risultato di sedici anni di promesse in tema di riduzione della pressione fiscale:
Pressione fiscale dal 1994 in % sul PIL
1994 40,8
1995 41,2
1996 41,6
1997 43,7
1998 42,3
1999 42,4
2000 41,6
2001 41,3
2002 40,8
2003 41,4
2004 40,6
2005 40,4
2006 42,0
2007 43,1
2008 42,9
2009 43,2
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